di Bettina Gracias
Non vado regolarmente all’opera ma, ma dal momento in cui il magnifico sipario si è aperto sulla produzione di Simon Boccanegra alla Fenice, ne sono rimasta conquistata.
Fin dalla prima nota uscita dalle labbra del meraviglioso Luca Salsi, ho compreso il legame profondamente umano con il desiderio di emozioni intensificate in questo mondo travagliato. Qui potevamo allo stesso tempo perderci e riconoscerci.
Da adulti conduciamo vite trattenute: come scriveva Freud, stipuliamo un patto tacito con la società per controllare i nostri istinti naturali in cambio di comfort e sicurezza. Il prezzo che paghiamo è la repressione, non solo degli impulsi che potrebbero nuocere agli altri, ma anche della gioia infantile e della spontaneità, soffocate per conformarsi. Il teatro contemporaneo riflette spesso questo comportamento pacato. Quest’opera, invece, mi è sembrata un luogo in cui lasciarsi andare, sentire profondamente gioia e dolore ed esprimerli liberamente. Come spettatrice, ho percepito questo spazio come un’occasione per liberare, in modo discreto, istinti ed emozioni repressi. Ho avvertito una forte connessione con il pubblico, completamente coinvolto nello spettacolo che si svolgeva davanti ai nostri occhi, ricordando ciò che doveva significare assistere a una rappresentazione shakespeariana nei primi anni del Globe.
Quando l’opera di Verdi Simon Boccanegra apparve per la prima volta alla Fenice di Venezia nel marzo del 1857, fu accolta negativamente. Verdi ne rimase profondamente turbato e ritenne che l’opera fosse stata fraintesa. Resistette ai consigli di riscriverla fino al 1880, quando finalmente ne realizzò una versione rivista; quest’ultima rifletteva sia la sua maturità sia il mutamento del panorama operistico dell’epoca. La seconda versione debuttò con grande successo alla Scala di Milano nel marzo del 1881, ma solo a partire da una produzione tedesca degli anni Trenta l’opera iniziò a essere veramente apprezzata da un pubblico più ampio.
Sapere che quest’opera era stata rappresentata alla Fenice oltre centocinquant’anni fa ha aggiunto emozione e gravità alla produzione attuale. La regia di Luca Micheletti interpreta il lavoro in chiave fortemente ibseniana, nel senso che un uomo potente può essere sopraffatto da rimorsi, paura e senso di colpa. Simon Boccanegra è, in un certo senso, una vittima: diventa doge solo per assicurare il rapporto con la donna amata, ma nel momento stesso in cui viene proclamato vincitore, scopre che lei è morta. Diventa così prigioniero della propria carica e del proprio destino. L’opera riflette il tema verdiano secondo cui il potere è una tragedia individuale e la politica è la maschera del cuore. Micheletti riconosce che i temi dell’opera possono avere risonanza anche oggi, ma non ha ritenuto necessario ambientarla in epoca contemporanea per renderlo evidente. A mio avviso, ha fatto bene a lasciare questa associazione alla sensibilità del pubblico.
La scenografia, ideata da Leila Fteita, era al tempo stesso incisiva ed essenziale e dialogava efficacemente con i due fondali marini, il luogo che Simon Boccanegra aveva sacrificato per diventare doge. Tutti i cantanti — Luca Salsi nel ruolo di Simon, Alex Esposito come Fiesco, Simone Alerghini come Paolo, Alberto Comes come Pietro e Francesca Dotto come Maria — sono stati eccellenti.
La Fenice stessa è un edificio di straordinaria bellezza, e osservare il suo interno, degno di una scatola di cioccolatini, mentre si attende l’apertura del magnifico sipario è un autentico dono per gli occhi. Attendo con impazienza la prossima occasione per assistere a una produzione in questo teatro.
Simon Boccanegra è in programmazione alla Fenice fino al 14 febbraio 2026.



